Nel linguaggio dei fiori, la rosa canina simboleggia la poesia. I suoi petali rosa porcellana riflettono la luce nel sottobosco dove cresce spontaneamente nei mesi di maggio e giugno. Il frutto è una bacca rossa che in autunno, quando raggiunge la maturazione, colora interi versanti montani. Ma la vera ricchezza risiede al suo interno; ha caratteristiche nutrizionali davvero interessanti ed è ricchissima di virtù.
Il nome curioso ha diverse origini. Si racconta sia dovuto alle spine presenti sul fusto che ricordano i denti di un cane, o che venisse chiamata canina perché le sue radici erano un ottimo rimedio per curare la rabbia procurata dai morsi dell’animale. Ai tempi dei Romani, Plinio il Vecchio, scrive di un soldato guarito dalla rabbia grazie a questa pianta.

UNA STORIA DIVINA
La leggenda narra che il Dio Bacco, innamorato di una ninfa ma non corrisposto, cercando di raggiungerla mentre lei scappava, la fece inciampare e cadere in un cespuglio. Per ringraziare il cespuglio decise di trasformarlo in rosa, facendo spuntare fiori delicati di colore rosato.
IN EPOCA ROMANA
L’uso della rosa canina aveva uno scopo ornamentale e non terapeutico. Dopo il bagno, le donne si strofinavano con polvere di rosa, si truccavano le palpebre con l’olio essenziale ricavato dal fiore e per avere un alito sempre gradevole mangiavano caramelle preparate con petali, miele e mirra.
Come altri fiori selvatici, la rosa canina è molto robusta. È una pianta autoctona e si sviluppa in tante tipologie di terreni diversi. Cresce nel sottobosco ma ha bisogno di pieno sole per maturare, si adatta anche ai climi più aridi e non necessita di impianti di irrigazione.
Produce falsi frutti, i cinorrodi, detti impropriamente bacche. Sono di colore rosso intenso e hanno una consistenza carnosa. Una volta aperti e privati di semi e peluria possono essere lasciati essiccare a bassa temperatura in forno ventilato e usati come infuso oppure come decotto per preparazioni gastronomiche.

In cucina la rosa canina è conosciuta da sempre. I Romani usavano le bacche per realizzare marmellate e sciroppi e i fiori per preparare pietanze più elaborate. Le bacche devono essere private dei semi e dei peli irritanti per la mucosa della gola. Per evitare un lungo lavoro di pulitura si consiglia di cuocere i frutti interi in acqua bollente e poi di passarli con un passaverdure a maglie sottili.
Dai petali si ricava una marmellata, la Vartanush, tipica dell’Armenia ma prodotta anche nella laguna veneziana dai monaci dell’Ordine Mechitarista, nel convento dell’isola di san Lazzaro. I religiosi raccolgono le rose al mattino presto, sfogliano delicatamente i petali e li fanno bollire in acqua; poi, aggiungono lo zucchero, il limone e lasciano macerare il tutto per ottenere un preparato dalla consistenza vellutata e dall’aroma unico. La Vartanush si gusta da sola sul pane o abbinata a formaggi di capra. Risulta ottima anche come guarnizione per diversi dolci. Infine i petali possono essere impiegati anche come canditi o per abbellire insalate di frutta.
Con le bacche fresche si preparano deliziose confetture anche abbinate ad altri frutti come mele, fragole, albicocche o lamponi. Per mantenere inalterati i sapori e rendere il più possibile percepibili gli aromi del frutto è necessario che venga utilizzato poco zucchero e che tempi e temperature di cottura non siano troppo elevati.

Il sapore vellutato e acidulo della composta di rosa canina si sposa bene in svariate preparazioni dolci. È ottima usata calda per accompagnare lo yogurt o la panna montata. Si possono realizzare crostate, farcire crêpes e bignè e sfornare originali biscotti e muffin. Può essere realizzata anche una versatile gelatina
STUZZICARE IL PALATO
La confettura di rosa canina può essere impiegata per accompagnare piatti di carne, sia bianca sia rossa. Gli arrosti, specialmente quelli di selvaggina, si impreziosiscono con questo nettare come i salumi stagionati o sapidi, per esempio un prosciutto crudo di cervo. La massima espressione del gusto della confettura di rosa canina si trova però nell’accostamento con i formaggi freschi.
A cura di Chiara Masciocchi









